L'esito delle scadenze elettorali di questi giorni in alcuni Paesi europei, soprattutto in Francia e Grecia, ha confermato che sul versante dei programmi per l'economia è spesso più facile che vengano premiati gli schieramenti - di destra o di sinistra - che sostengono la necessità della crescita economica e non il rigore nei conti pubblici. I partiti politici hanno il diritto di esprimere una loro linea e gli elettori hanno altrettanto diritto di appoggiarla o meno.
Ma, se si passa dal dibattito teorico ai fatti concreti dell'economia, occorre dire che la contrapposizione tra crescita e rigore è sbagliata. Le reazioni dei mercati, ieri, al voto in Francia ed in Grecia sono emblematiche. La Borsa di Parigi ha chiuso in rialzo ed il differenziale tra i titoli pubblici francesi e quelli tedeschi di riferimento non è salito. La Borsa di Atene invece ha subito un altro crollo ed i titoli pubblici hanno registrato un'altra giornata nera. Le diverse reazioni si spiegano anche con i differenti messaggi arrivati dai due Paesi sui temi economici, nel dopo voto. Il nuovo presidente socialista francese, François Hollande, ha lasciato intendere di voler mitigare le sue affermazioni sulla crescita contrapposta al rigore e di voler colloquiare con la «rigorista» Germania, evidentemente per trovare una mediazione. Al contrario, il quadro politico greco è ora talmente frammentato da non lasciar molti spazi alla chiarezza sulle prospettive economiche. I mercati, certo non sempre ragionevoli, è vero, hanno anche però in molti casi la capacità di distinguere, sulla base di una implicita razionalità.
Ma torniamo al punto. In termini economici, contrapporre la crescita al rigore, o all'austerità nelle versioni di breve periodo, non è giusto. Si possono appunto raccogliere consensi politici ed elettorali, ma non si va molto lontano. I Paesi che economicamente si comportano meglio, e tra questi la Germania e la Svizzera, sono anche quelli che non contrappongono il rigore nei conti pubblici alla crescita economica. Occorre spingere più in direzione del rigore quando i conti pubblici sono in tensione, più in direzione della crescita quando i conti non registrano un pericoloso squilibrio. Ora, il termine squilibrio è una sorta di eufemismo se si pensa ad un indebitamento pubblico di oltre il 160% del Prodotto interno lordo in Grecia o di circa il 120% per l'Italia. Non attuare una politica di rigore oggi in questi ed in altri Paesi «deboli» dell'Eurozona non aiuterà nel medio e lungo periodo la loro crescita economica. In assenza di segnali consistenti di risanamento, i mercati torneranno a non comprare i titoli pubblici dei Paesi in difficoltà, se non a tassi di interesse molto alti. E ciò, in questo caso, sottrarrà risorse preziose che potrebbero essere invece destinate alla crescita. Inoltre, il quadro di incertezza nei Paesi che non avvieranno il risanamento graduale dei loro conti frenerà ulteriormente gli investimenti non solo finanziari ma anche industriali.
Due obiezioni classiche rivolte a questo tipo di ragionamenti sono le seguenti: il rigore colpisce i ceti più deboli; se si parla di Eurozona, è stata proprio la moneta unica a portare alla crisi i Paesi deboli. Per quel che riguarda il primo punto, si confonde la validità di una linea con il modo in cui può venir applicata. Nessuno impedisce ai Governi nazionali di concretizzare il rigore in modo più equo, distribuendo i sacrifici necessari secondo uno schema che non penalizzi eccessivamente i ceti più deboli. Se ciò non è sin qui avvenuto in Grecia, ad esempio, non si può darne la colpa sempre a chi abita lontano, fuori dai confini nazionali, ad esempio alla Banca centrale europea o al Fondo monetario.
Per quel che concerne il secondo punto, si può esser d'accordo o meno con l'euro, ma una cosa appare chiara: i Paesi deboli hanno avuto per un decennio e più l'occasione straordinaria di una moneta forte con tassi di interesse ai minimi. Non l'hanno sfruttata ed anzi hanno peggiorato i loro conti. Ora per alcuni di essi si tratta di decidere se rimanere nell'euro oppure no. Ma la domanda è questa: se uscissero dalla moneta unica i loro problemi sarebbero risolti? È lecito dubitarne. La Grecia non si risolleverà grazie al ritorno alla dracma, nel caso decida di procedere lungo questa via. L'inflazione conseguente taglierebbe il valore reale dei debiti (ammesso peraltro che i debiti possano non rimanere in euro), ma al tempo stesso falcidierebbe il potere d'acquisto reale, soprattutto dei ceti più deboli. I tassi di interesse sarebbero molto più alti. Ci sarebbero vantaggi per l'export, certo, ma le esportazioni non sono una gran voce nel PIL ellenico.
La Grecia potrebbe uscire dall'euro. Ma il nodo rigore-crescita resterebbe. Non solo per l'Eurozona, ma per tutti i Paesi in difficoltà sarebbe meglio comprendere che alcuni nodi economici di fondo nel lungo periodo non possono essere aggirati con slogan facili. Questi possono raccogliere consensi. Ma non possono purtroppo cambiare la realtà.
LINO TERLIZZI.Tratto da:www.cdt.ch.
