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mercoledì 9 maggio 2012

La "bufala" della scelta tra la crescita economica e il rigore dei conti

L'esito delle scadenze elet­torali di questi giorni in al­cuni Paesi europei, soprat­tutto in Francia e Grecia, ha confermato che sul versante dei programmi per l'economia è spes­so più facile che vengano premiati gli schieramenti - di destra o di si­nistra - che sostengono la necessi­tà della crescita economica e non il rigore nei conti pubblici. I partiti politici hanno il diritto di esprimere una loro linea e gli elet­tori hanno altrettanto diritto di ap­poggiarla o meno.
Ma, se si passa dal dibattito teorico ai fatti concreti del­l'economia, occorre dire che la con­trapposizione tra crescita e rigore è sbagliata. Le reazioni dei mercati, ieri, al voto in Francia ed in Grecia sono emblematiche. La Borsa di Parigi ha chiuso in rial­zo ed il differenziale tra i titoli pub­blici francesi e quelli tedeschi di ri­ferimento non è salito. La Borsa di Atene invece ha subito un altro crol­lo ed i titoli pubblici hanno registra­to un'altra giornata nera. Le diver­se reazioni si spiegano anche con i differenti messaggi arrivati dai due Paesi sui temi economici, nel dopo voto. Il nuovo presidente socialista francese, François Hollande, ha la­sciato intendere di voler mitigare le sue affermazioni sulla crescita con­trapposta al rigore e di voler collo­quiare con la «rigorista» Germania, evidentemente per trovare una me­diazione. Al contrario, il quadro po­litico greco è ora talmente frammen­tato da non lasciar molti spazi alla chiarezza sulle prospettive econo­miche. I mercati, certo non sempre ragionevoli, è vero, hanno anche pe­rò in molti casi la capacità di distin­guere, sulla base di una implicita ra­zionalità.
Ma torniamo al punto. In termini economici, contrapporre la cresci­ta al rigore, o all'austerità nelle ver­sioni di breve periodo, non è giusto. Si possono appunto raccogliere con­sensi politici ed elettorali, ma non si va molto lontano. I Paesi che econo­micamente si comportano meglio, e tra questi la Germania e la Svizze­ra, sono anche quelli che non con­trappongono il rigore nei conti pub­blici alla crescita economica. Occor­re spingere più in direzione del rigo­re quando i conti pubblici sono in tensione, più in direzione della cre­scita quando i conti non registrano un pericoloso squilibrio. Ora, il ter­mine squilibrio è una sorta di eufemismo se si pensa ad un indebitamento pubblico di oltre il 160% del Prodotto interno lordo in Grecia o di circa il 120% per l'Italia. Non attuare una politica di rigore oggi in questi ed in altri Paesi «deboli» dell'Eurozona non aiuterà nel medio e lungo periodo la loro crescita economica. In assenza di segnali consistenti di risanamento, i mercati torneranno a non comprare i titoli pubblici dei Paesi in difficoltà, se non a tassi di interesse molto alti. E ciò, in questo caso, sottrarrà risorse preziose che potrebbero essere invece destinate alla crescita. Inoltre, il quadro di incertezza nei Paesi che non avvieranno il risanamento graduale dei loro conti frenerà ulteriormente gli investimenti non solo finanziari ma anche industriali.
Due obiezioni classiche rivolte a questo tipo di ragionamenti sono le seguenti: il rigore colpisce i ceti più deboli; se si parla di Eurozona, è stata proprio la moneta unica a portare alla crisi i Paesi deboli. Per quel che riguarda il primo punto, si confonde la validità di una linea con il modo in cui può venir applicata. Nessuno impedisce ai Governi nazionali di concretizzare il rigore in modo più equo, distribuendo i sacrifici necessari secondo uno schema che non penalizzi eccessivamente i ceti più deboli. Se ciò non è sin qui avvenuto in Grecia, ad esempio, non si può darne la colpa sempre a chi abita lontano, fuori dai confini nazionali, ad esempio alla Banca centrale europea o al Fondo monetario.
Per quel che concerne il secondo punto, si può esser d'accordo o meno con l'euro, ma una cosa appare chiara: i Paesi deboli hanno avuto per un decennio e più l'occasione straordinaria di una moneta forte con tassi di interesse ai minimi. Non l'hanno sfruttata ed anzi hanno peggiorato i loro conti. Ora per alcuni di essi si tratta di decidere se rimanere nell'euro oppure no. Ma la domanda è questa: se uscissero dalla moneta unica i loro problemi sarebbero risolti? È lecito dubitarne. La Grecia non si risolleverà grazie al ritorno alla dracma, nel caso decida di procedere lungo questa via. L'inflazione conseguente taglierebbe il valore reale dei debiti (ammesso peraltro che i debiti possano non rimanere in euro), ma al tempo stesso falcidierebbe il potere d'acquisto reale, soprattutto dei ceti più deboli. I tassi di interesse sarebbero molto più alti. Ci sarebbero vantaggi per l'export, certo, ma le esportazioni non sono una gran voce nel PIL ellenico.
La Grecia potrebbe uscire dall'euro. Ma il nodo rigore-crescita resterebbe. Non solo per l'Eurozona, ma per tutti i Paesi in difficoltà sarebbe meglio comprendere che alcuni nodi economici di fondo nel lungo periodo non possono essere aggirati con slogan facili. Questi possono raccogliere consensi. Ma non possono purtroppo cambiare la realtà.
LINO TERLIZZI.
Tratto da:www.cdt.ch.